Sono alta ma non troppo, formosa ma non troppo. Sono mora e porto i capelli lunghi spesso legati a coda di cavallo. Ho due splendide gambe che scopro volentieri ma quasi mai molto sopra il ginocchio. La coscia si deve immaginare, non vedere. Preferisco valorizzarle con un bel paio di scarpe tacco 12, di vernice nere che mettono in risalto la caviglia e il polpaccio. Ciò che sta piú su del ginocchio lo metto in evidenza con una bella gonna a tubino che fascia stretto stretto il magnifico culo e le cosce, con uno spacco generoso ma non troppo che lascia spazio alla fantasia fervida degli uomini (ma anche di alcune donne, e ciò non mi dispiace). I miei seni generosi e ben fatti li tengo in un reggiseno che é sempre di una taglia in meno rispetto alla mia terza. Agli uomini (e ripeto, a certe donne) piace molto vedere il seno che fatica a stare nello spazio a lui assegnato. Non c’é nulla di piú triste di una tetta che balla nella coppa del reggiseno, quel dito di spazio libero la fa sembrare avvizzita. Insomma, in due parole, questa sono io, avvenente ma discreta e misurata, apparentemente senza eccessi Dovete sapere però la cosa piú importante. Quando si tratta di sesso sono l’eccesso fatto persona. Io amo soffrire. Non solo psicologicamente, no, io amo proprio buscarle di santa ragione, da portare i segni sul corpo per settimane. Il mio attuale partner é un maestro dei maltrattamenti. Ci siamo conosciuti tramite amici comuni, ad una festa. Ci siamo “annusati” psicologicamente parlando e qualcosa ci ha detto che eravamo complementari, come la chiave e la serratura. Io ho subito sentito che quell’uomo mi avrebbe dato proprio ciò che cercavo. La prima volta che ci siamo trovati in intimità lui si é accomodato in poltrona e mi ha detto di alzarmi in piedi come se fossi stata un caporale al cospetto di un generale. A quell’ordine impartito con quel tono educato ma perentorio ho sentito un fremito di eccitazione attraversarmi i capezzoli e il clitoride e sono scattata su dritta dritta sui miei tacchi alti. Dovevo essere uno splendore, cosí, quasi sull’attenti, con il seno bene in avanti, il ventre piatto e un culo da sballo. Un lampo di desiderio ha attraversato i suoi occhi ma non ha battuto ciglio, é restato immobile, la mascella contratta a guardarmi. Aveva realizzato che con quell’atteggiamento mi aveva in pugno, che era ciò che volevo da lui. Poi ha parlato per ordinarmi di avvicinarmi. Ho obbedito eccitatissima perché sentivo che stava per accadere qualcosa. Mi ha detto, accompagnando le parole con un cenno del mento: “Apri cagna” e ho capito che voleva che scoprissi il seno. Ho ubbidito lentamente, come se fosse uno strip tease. Ho aperto la camicetta, l’ho tolta e sono restata in reggiseno nero. Quando ho portato le mani dietro la schiena per aprire il gancetto ho spinto in fuori le tette e questo é un gesto che arraperebbe anche uno schedario per le cartelle esattoriali. Tremavo per l’emozione e per l’attesa del seguito, ero nuda dalla vita in su ma la parte di me ancora vestita era altrettanto sexy. Non so come ma una bacchetta di fibra flessibilissima é apparsa nelle sue mani. Un’immagine di punizioni corporali in collegio si é formata nella mia mente. Ha cominciato ad “accarezzare” con la bacchetta il mio seno, prima uno poi l’altro, con tocco delicato e movimenti circolari, sempre piú stretti verso il capezzolo che si ergeva raggrinzendosi per il piacere. Immaginavo già il seguito e restai col fiato quasi sospeso come quando, durante un temporale si attende il fulmine sapendo che arriverà dopo qualche secondo ma non si sa quanti. E il fulmine arrivò sotto forma di una staffilata proprio sul capezzolo che mi strappò un urlo e mi provocò un dolore lancinante come se me l’avessero strappato. Poi tutto tornò delicato e la carezza proseguí ma con la sua mano, con le dita quasi a voler lenire il dolore provocato prima. La voce virile del mio partner mi intimò di stare ben eretta sui tacchi e io prontamente ubbidii come un soldatino che si mette sull’attenti. Un sensuale e prolungato bacio sul collo ravvivò il mio desiderio e quando lui si scostò da me seppi che la pausa di quiete preludeva al nuovo fulmine, che puntuale arrivò sull’altro seno sottoforma di una serie prolungata di colpi che mi lasciarono dei bei segni violetti e rilevati che ancora nei giorni seguenti, ad ogni piccolo sfregamento con la biancheria intima mi provocarono bruciore. Andammo avanti cosí per molti minuti e il piacere/dolore si intensificò. Ogni tortura era seguita da momenti di dolcezza con carezze, baci. Mi succhiava i capezzoli come un bimbo e pareva impossibile che potesse essere cosí crudele un attimo dopo. Ad ogni staffilata era un urlo represso di sofferenza intensa subito seguito da un gemito di piacere. La mia figa era una fontana. A nessuno piace la sofferenza fine a sé stessa ma forse é proprio l’alternanza tra dolore e piacere che rende quest’ultimo piú intenso. Mi sento sporca e colpevole e il mio aguzzino mi ama talmente che mi da le botte perché io possa espiare la mia colpa. E dopo, quando ho pagato il debito, mi sento ancor piú propensa al piacere. Allora e solo allora, godo e faccio godere con un’intensità altrimenti inconcepibile. Il desiderio di me si leggeva sul viso e sulla patta dei pantaloni del mio amante, ero una pecorella di 28 anni davanti ad un lupo maturo, desiderosa di essere sbranata. Lui mi ordinò: “Adesso NUDA”. Quelle parole mi provocarono una nuova scossa elettrica dalle parti del clitoride. Lasciai cadere la gonna ai miei piedi e tolsi le mutandine bagnate, pensai di essere nuda ma lui mi fece segno ” via le scarpe”. Le sfilai e dopo un tempo interminabile in cui il suo sguardo mi frugava in ogni recesso mi disse: ” ho detto nuda, togli anche le calze ma tieni il reggicalze”. Tolsi le calze di naylon con gesto molto sensuale e a quel punto mi sentii veramente e profondamente NUDA. I laccetti del reggicalze pendevano scomposti lungo i miei glutei bianchi e sul davanti facevano da quinte di teatro al mio triangolo di pelo pubico e alla protagonista sulla scena: la figa. Mi disse che il piede lo voleva al naturale e che lo considerava uno dei “bocconi” piú erogeni della donna. I miei erano ben curati, lisci e morbidi, con unghie ben laccate di smalto rosso e facevano sognare su cosa avrebbero saputo fare con i loro guizzi, sia ad un uomo come ad una donna. Il mio uomo mi divorava con gl’occhi e mi ordinò di avvicinarmi al tavolo. Eseguii ubbidiente e mi ci appoggiai con le mani protendendo un po’ il culo bianco all’indietro, come avrebbe fatto una cagna in calore, unica differenza, non avevo la coda. Mi disse di sdraiarmici sopra a pancia in giú ed io, pronta. “Guai a te se ti volti e mi guardi”, sentii che si spogliava ed ebbi la sensazione che la tempesta stesse per scoppiare di nuovo. Sentii la zip dei pantaloni, capii che se li levava dal rumore della fibia penzolante della cinghia ed un misto di paura ed eccitazione si impadroní di me. Perché la fibia continuava a tintinnare se i calzoni li aveva gettati a terra davanti ai miei occhi? Non resistetti e voltai gl’occhi verso di lui. Mi arrivò alle orecchie un: “puttana schifosa, occhi a terra” e contemporaneamente una cinghiata violentissima martoriò il mio bel culo. Urlai di dolore ma a denti stretti, come se avessi messo il silenziatore ad una rivoltella, mi morsi le labbra e piansi. La mia reazione deve averlo eccitato ancor piú perché le scudisciate cominciarono a piovere regolarmente sulle natiche e sulla schiena. Mi ordinò di contarle: TRE! Ma quanto picchia forte? CINQUE! Se perdo il conto mi scortica viva. NOVE! Ma quante ancora? QUINDICI! Basta, ti supplico. VENTI! E a venti, nel dolore come stessi bruciando sul rogo, incredibile ma arrivò il primo orgasmo. Le cinghiate cessarono e tutto il corpo e la mente furono scossi dagli spasmi. Ero ancora distesa sul tavolo e piangevo (stavolta di gioia). Sentii il contatto caldo e tenero del suo corpo nudo, il suo cazzo si appoggiò nel solco tra le natiche e le sue mani maschie a coppa raccolsero i miei seni e li massaggiarono dolcemente. Lo sentivo contro di me, il suo petto villoso sulla mia schiena. Mi penetrò dolcemente e lentamente, lo sentii farsi largo dentro di me, durissimo. Sentii le palle sbattere sul clitoride. Mi scopò appassionatamente ed ebbi ancora due orgasmi poi fu il suo turmo. Mi sborrò dentro un fiotto rovente di sperma e lo sentii contrarsi in ogni suo muscolo a piú riprese. Mi rantolò il suo piacere nell’orecchio. Da allora abbiamo giocato ancora a questo gioco e spesso mi tocca nasconderne i segni per parecchi giorni e non é sempre facile. A volte é un tormento perfino tenere il reggiseno a causa della mia bella pelle martoriata.

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